lunedì 29 dicembre 2025

 Emidio de Berardinis

presenta

VIA IGNIS...

https://open.spotify.com/intl-it/album/2z2jf1h7hZLQkrfMTNQPNe?si=KwqWYQ6cRNuauQai0eNOew

 

 

Quest'opera prima è il risultato di un'alchimia scaturita da profonde riflessioni: le creazioni, infatti, nella dimensione duale, possono generare solo dall'attrito.

L'esperienza diretta ha promosso, quindi, la nascita della vera scienza perfettamente associabile alla vera spiritualità basate necessariamente, entrambe, sul sapere che l'Uomo deve scegliere per potersi trasformare in mago e rendere la vita una bellissima e sacra cerimonia.

E così, ciò che è sopra si riflette in ciò che è sotto e viceversa: il sottosopra è l'inevitabile disordine precursore del potere che scaturisce dalla nascita del vero uomo, completo e perfetto ad immagine speculare del suo Creatore.

La coscienza umana stabilmente integrata in questa consapevolezza può giungere alla liberazione totale e uscire dalla ruota del Samsara, esperendo l'unica vera iniziazione possibile: iniziare il viaggio che integra la forza attiva e l'accoglienza passiva ribaltando ogni illusoria sicurezza e trovando la via della Salvezza.

 

L’intervista 

1. Via Ignis sembra un disco fuori tempo, fuori moda, fuori mercato. Quali sono le tue

fonti primarie?

“Via Ignis” è fuori dal tempo perché nasce in uno spazio interiore che non risponde alle logiche

del mercato. È il frutto di un lungo silenzio creativo, durante il quale ho lavorato su me stesso

più che sulla musica. Le fonti primarie sono squisitamente interiori: tappe di un percorso

alchemico in cui metto in discussione tutte le programmazioni che mi hanno tenuto ancorato

alle identità costruite e alle aspettative di un mondo che mi sta stretto. Ma il vero centro del

disco è l’esperienza vissuta nella carne, che rende testimonianza della mia trasformazione.

Sicuramente è un disco “fuori mercato” proprio perché non è stato pensato per il mercato, ma

per destabilizzarlo!


2. In “I fiori del fuoco” molti ascoltatori percepiscono una risonanza con il Battiato più

mistico. È un riferimento consapevole o spontaneo?


La risonanza con Battiato è abbastanza inevitabile e accade spontaneamente quando ci si muove

in territori interiori simili. Il maestro sicuramente ha aperto un varco che ha fatto breccia in me,

dimostrando che la musica può diventare un veicolo efficace per esplorare stati di coscienza

differenti dall’ordinario.

“I fiori del fuoco” è un brano che nasce proprio da uno di quei momenti in cui la percezione si fa

più sottile e il fuoco interiore illumina ciò che solitamente rimane nascosto; se questo rimanda al

Battiato più mistico, per me è un grandissimo onore, anche se, in verità, il mio movimento è stato

completamente intimo e personale, guidato unicamente dall’esperienza diretta.


3. “Gli occhi di mio padre” richiama Satie nel pianismo iniziale. Che rapporto hai con la

musica minimalista?


La musica minimalista mi accompagna da sempre, non tanto come scelta estetica quanto come

modalità di ascoltare il mondo. In Satie c’è un’essenzialità che mi risuona profondamente: ogni

nota è necessaria per trasmettere il messaggio e assolutamente nulla è superfluo. Si tratta di un

linguaggio sottile e rispettoso, che non impone ma svela l’essenziale.

Ne “Gli occhi di mio padre” quell’atmosfera nasce con estrema naturalezza, senza sforzo alcuno.

Quando ho iniziato a comporre il brano ero immerso in uno stato di coscienza molto espanso, e il

minimalismo era l’unico spazio possibile per non tradire la delicatezza e la profondità che ero

riuscito a toccare. Il pianismo “spoglio” come una stanza vuota permette ad un ricordo di affiorare

nella sua integrità senza essere disturbato o distorto dalla mente.

Per me, il minimalismo è togliere strati, lasciare che il silenzio parli permettendo alla coscienza

umana di emergere e aprirsi con fluidità … senza forzature.

4. Gli archi minacciosi di “Moto ritmico del fuoco” suggeriscono un immaginario quasi

cinematografico. Ci sono compositori di colonne sonore che ti ispirano?


L’aspetto cinematografico di “Moto ritmico del fuoco” è dovuto al fatto che quel brano

rappresenta una fase del percorso interiore in cui il fuoco smette di essere contemplativo, ma

diviene dinamico e a tratti perturbante. Per questa ragione, gli archi dovevano incarnare quella

forza: un’energia bruciante che avanza, smuove e mette in crisi al fine di trasformare.

Molti compositori hanno indubbiamente contribuito a “plasmare” il mio stile: Max Richter per il

modo in cui unisce lirismo ed essenzialità e pure Arvo Pärt che, pur non essendo un compositore

“da cinema” ha influenzato in modo enorme la percezione del suono come spazio spirituale.

Ma più che ispirazione orizzontale, direi che “Il Moto ritmico del fuoco” è il canto che scaturisce da

un vero ascolto interiore che chiedeva quella densità e quel movimento quasi rituale. Gli archi

sono espressione tangibile del respiro di una trasformazione personale che potenzialmente può

essere esperita da chiunque decida di voler esplorare la propria interiorità ignea.

5. Il tono iniziatico dell’album richiama certe tradizioni sapienziali. Ci sono testi o autori

spirituali che hanno influenzato la tua scrittura?


Sicuramente! “Via Ignis” nasce proprio dall’incontro con una dimensione sapienziale che ha

trasformato il mio modo di vivere e, di conseguenza, di creare. La fonte principale è l’Agni Yoga:

una disciplina che non è solo un insieme di insegnamenti, ma una pratica quotidiana, un modo di

accordare la coscienza a frequenze più vaste. È stata decisiva nel mio processo di disidentificazione

dalle programmazioni di questo mondo, e nel risveglio di una percezione più verticale

dell’esistenza.

Accanto a questo insegnamento centrale, ci sono autori straordinari che hanno fatto da risonanza

o da ponte: Gurdjieff con la sua “Quarta via, Krishnamurti e la sua libertà radicale, forse anche la

tradizione ermetica che da sempre lavora sul fuoco come forza trasmutatrice.

Il tono iniziatico dell’album non è una costruzione estetica, ma il riflesso di un vero cammino

interiore che continua a trasformarmi, giorno dopo giorno …

6. Quanto ha contato la musica sacra — dalle liturgie antiche ai canti devozionali — nel

plasmare la tua poetica?


Amo la musica sacra di qualsiasi tradizione spirituale e quel “mondo vibrazionale” è sicuramente

entrato nel mio modo di concepire il suono. Le liturgie arcaiche, i canti devozionali, i mantra e le

pratiche vocali orientate all’elevazione della coscienza hanno tutte una caratteristica comune: non

ambiscono ad intrattenere l’ego, ma bypassandolo (rivolgendosi direttamente al centro

dell’essere) lo trasformano.

Credo che questa risonanza abbia plasmato la mia poetica più nella funzione che nella forma: la

ripetizione, il silenzio tra le note, il senso di verticalità, l’idea che la musica possa essere un ponte

… tutto questo proviene da una memoria profonda e ancestrale che la musica sacra custodisce.

Del resto, la stessa voce non è solo semplice strumento, ma “veicolo”: un atto devozionale in sé,

anche quando non ha un contenuto esplicitamente spirituale.

Dalla sacralità del suono ho imparato che ciò che vibra dentro può risvegliare qualcosa anche

fuori; e questo, credo, sia l’asse invisibile attorno a cui ruota l’intera opera “Via Ignis”.


7. In “Filia filii tui” si percepisce un’eco delle nenie orientali, quasi Hare Krishna. Qual è il

tuo rapporto con le musiche rituali del mondo?


In “Filia filii tui” ho inserito consapevolmente il mantra “Hari Om Tat Sat” perché a conclusione del

percorso narrato con i vari brani che la precedono, sentivo il bisogno di una vibrazione che non

fosse più solo personale, ma universale e i mantra hanno questa qualità: aprono spazio,

espandono e sono straordinariamente inclusivi.

Il mio rapporto con le musiche rituali del mondo è di assoluto e profondo rispetto: testimoniano di

come l’umanità, nelle sue infinte sfumature culturali e spirituali, abbia sempre utilizzato il suono

per trascendere la superficialità dell’esistenza terrena. Che si tratti di canti devozionali indiani, di

invocazioni sufi, di polifonie sacre africane o di liturgie antiche, ciò che a me interessa è la funzione

trasformativa del suono.

Se in questo brano emerge un’eco orientale è perché quando ci si muove in territori vibrazionali

vicini al sacro, le tradizioni tendono a convergere: si va a toccare un archetipo comune.

“Hari Om Tat Sat” non è un ornamento esotico ma un sigillo sonoro: un modo per ricordare (prima

di tutto a me stesso) l’Essenza che vibra dietro ogni forma.

8. C’è un musicista che ti ha insegnato più il silenzio che il suono?

Mah! Il primo nome che mi viene in mente è Vivaldi nelle cui sinfonie il silenzio non è mai vuoto

ma spazio vitale … un respiro tra i suoni che permette alla coscienza di emergere e vibrare. Con

Vivaldi ho imparato che il silenzio può avere peso, direzione e profondità pari alla nota più intensa.

E in tutti i brani di “Via Ignis” ho sempre cercato di applicare questa lezione: ogni suono, ogni

parola, ogni tono, deve dialogare intimamente con il campo che lo accoglie e in cui può accendersi

e trasformare.

9. Le tue atmosfere sembrano legate a un immaginario pittorico. Ci sono artisti visivi che

senti affini?


Le mie atmosfere nascono spesso da immagini interiori che hanno più a che fare con l’immaginario

pittorico che con la realtà concreta. Sento grande affinità con i Preraffaeliti per la loro attenzione

ai dettagli e la capacità di trasmettere narrazioni dense di simbolismo; Bouguereau per la grazia e

la delicatezza dei corpi e dei gesti; Monet e gli impressionisti per come catturano la luce e

l’effimero con pennellate sospese nel tempo; e infine Caravaggio, per la potenza drammatica dei

contrasti e la capacità di rendere il sacro visibile attraverso l’ombra. Mi piacerebbe parlare anche

delle commoventi nuvole di Turner…ma torniamo al disco.

In “Via Ignis” cerco di portare qualcosa di simile: dimensioni vibrazionali in cui colore, luce e

silenzio si fondono, dove ogni brano diventa un quadro sonoro e un luogo in cui l’ascoltatore può

proiettare la propria esperienza interiore.

10. L’uso della ripetizione, del ciclo, della sospensione: da dove arriva questa sensibilità?


Nasce dal lavoro interiore e dall’influenza delle tradizioni sapienziali che non considerano mai la

ripetizione come sterile monotonia ma efficace strumento di trasformazione atto a stimolare la

coscienza, osservare i modelli interiori e creare spazio funzionale al risveglio.

Anche la musica rituale mi ha insegnato molto in questo senso: i mantra, i canti devozionali e le

liturgie antiche usano il ciclo e la sospensione per condurre l’ascoltatore in uno stato più profondo,

superando l’ego e la percezione ordinaria. Nella composizione, questo si traduce in strutture in cui

il tempo sembra espandersi, le note respirano e il silenzio diventa parte attiva del discorso

musicale.

In “Via Ignis”, ogni ripetizione e sospensione non è tecnica ma respiro stesso del percorso in atto:

la mappa sonora del cammino interiore.

11. Quali influenze extramusicali — cinema, poesia, filosofia — senti più forti in Via Ignis?

In “Via Ignis” le influenze extramusicali sono state decisive, ma sempre filtrate dal mio percorso

interiore. Nella poesia, il cui linguaggio simbolico è straordinariamente efficace per trasferire

contenuti sottili, mi sento molto vicino alla delicatezza di Emily Dickinson, alla saggezza dei

Rubaiyat di Omar Khayya, alla profondità di Hafez e alla mistica sufi: poeti che parlano all’essenza

più che alla mente, toccando il lettore con immagini e intuizioni piuttosto che con sterili concetti.

In filosofia, Platone e Socrate mi hanno insegnato il valore della ricerca e della domanda

incessante, mentre F. Nietzsche ha acceso nelle mie profondità, la tensione verso la trasmutazione

dell’essere e la sfida alle meccaniche convenzioni dell’ego.

Il cinema ha avuto un ruolo altrettanto significativo: le pellicole contemplative asiatiche, la

bellezza spirituale di Bab’Aziz, ma ancora Star Wars in cui vengono esplorate dimensione di realtà

archetipali molto affascinanti, viaggi iniziatici e l’eterna lotta tra luce e oscurità!

12. Se dovessi indicare tre artisti (di qualsiasi campo) che hanno formato il tuo sguardo, chi

citeresti?


Il mio sguardo è stato formato da grandi esseri che hanno offerto all’umanità, attraverso splendide

opere d’arte, la prova tangibile della Bellezza ispirata dai piani superiori di coscienza: nella musica

Franco Battiato, Fabrizio De André, The Doors; nella pittura: Caravaggio, Marc Chagal, Leonardo

Da Vinci; nel cinema: Wong Kar, Wai, David Lynch, Federico Fellini; nella poesia: Emily Dickinson,

Dante Alighieri, Khalil Gibran; nella letteratura: Luigi Pirandello, Herman Hesse, Jhoann Wolfgang

Ghoete; nella scultura: Michelangelo Buonarroti, Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova…

domenica 7 dicembre 2025

 

Atom Lux

Voidgaze Dopamine Salad

https://open.spotify.com/intl-it/album/64Y8KzprtJzLOStLQP7kCS?si=0ho9aKmaQLS0htE_uacqig

 

Descrizione Album

Con il suo album di debutto Voidgaze Dopamine Salad, Atom Lux (in parte Lucio Filizola) intraprende una turbolenta esplorazione ai confini del rock psichedelico contemporaneo.

Atom Lux nasce dal desiderio di abbracciare l’instabilità come motore creativo. Invece di scegliere un solo linguaggio musicale, Filizola intreccia psych rock, alternative, garage, soft stoner e prog-pop, lasciando che si scontrino, si sovrappongano e si trasformino in qualcosa di fresco e unico. Il risultato è un album che sfugge alle definizioni, ma che al tempo stesso mantiene una forte coerenza: un multiverso caleidoscopico tenuto insieme dalla forza gravitazionale dell’energia rock più autentica.

Al centro di Voidgaze Dopamine Salad si incontrano gioco e apocalisse, visioni allucinatorie e strutture solide. I dieci brani poggiano su chitarre granitiche e riffose, synth frastagliati, voci sature e una sezione ritmica pulsante, mentre i testi spalancano porte su immaginari surreali e grotteschi: scimmie allucinate, fiumi di lava, universi frattali, singolarità cosmiche letali, conigli inebrianti, serpenti doppiogiochisti e danzatori isterici. Ogni traccia è un portale diverso, ma tutte insieme compongono un mosaico sonoro vivido e delirante, in cui caos e melodia convivono in tensione costante.

Pur non essendo un concept album, il disco porta con sé un filo conduttore forte: la sensazione di un’insalata di dopamina servita su un piatto fatto di lunghi sguardi nel vuoto, un banchetto frammentato e ipnotico di emozioni, visioni e distorsioni. Il titolo stesso riassume il paradosso che anima la musica di Atom Lux: un mix irriverente di ironia, psichedelia e inquietudine esistenziale, servito con l’energia ruvida e diretta di una live performance rock.

Con Voidgaze Dopamine Salad, Atom Lux si presenta come una voce nuova e riconoscibile nel panorama psych/alt-rock. Un lavoro eccentrico eppure curato, surreale ma radicato nella tradizione, che dimostra come il rock possa ancora reinventarsi quando viene filtrato da un’immaginazione senza confini. Più che un semplice debutto, è un invito ad entrare in un multiverso sonoro in cui ogni ascolto svela nuovi dettagli, nuove distorsioni, nuovi modi di guardare nel vuoto.

 

L’INTERVISTA

 

 

1. POINTLESS MADNESS

1.1 Pointless Madness è nata in un pomeriggio: cosa è successo in quelle ore perché il brano prendesse forma così rapidamente?

Pointless Madness è frutto di un esperimento che spesso mi diverto a fare quando ho un po’ di ore libere. Mi metto in studio – chitarra o tastiera in mano – e vado a ruota libera con l’obiettivo di scrivere e registrare da zero un mini-brano compiuto. E’ un esercizio divertente, che a volte può portare a qualcosa di buono (altre no). Quando ho avviato il progetto Atom Lux ho cominciato proprio da queste brevi composizioni espresse, di circa 90 secondi – anche per cominciare a pubblicare qualcosa sui social - che chiamavo P.M.S. (Pointless Music Shot). Pointless Madness è nata da uno di questi esperimenti.

2.1 Nel testo compare il personaggio di Mr. Kite: da dove arriva questa figura frenetica e surreale?

Mr. Kite è uno dei numerosi elementi che – consciamente on inconsciamente – ho inserito nella mia musica grazie alla mia passione per i Beatles. Ricordo quando ascoltai per la prima volta il brano Being for the benefit of Mr. Kite! (Sgt.  Pepper’s Lonely Hearts Club Band) e ricordo la frenesia psichedelica che mi trasmise. Ho pensato che la figura di Mr. Kite si prestasse bene a fare da cicerone nel viaggio rapido e frenetico rappresentato da Pointless Madness.

3.1 Quanto è stato importante lasciare che istinto e caos guidassero la costruzione sonora del pezzo?

Molto, almeno nella prima stesura di qualsiasi mia composizione cerco di lasciare più spazio possibile all’istinto – sperando che possa portare a qualcosa di buono.

2. BAD SNAKE GOOD SNAKE

2.1 L’idea del serpente doppiogiochista è antichissima: come hai reinterpretato questo simbolo in chiave psych-rock?

Mi piaceva l’idea di tentare l’associazione tra un tema così antico e un brano dalle sonorità psico-acide. L’esperimento a mio parere è riuscito e in qualche modo secondo me la reinterpretazione psych rock del tema funziona.

2.2 Il riff ripetitivo dà la sensazione di uno “strisciare”: è nato prima il concept o il riff?

È nato senza dubbio prima il riff – come spesso accade nei miei brani. È stata la striscevolezza del riff ad ispirare l’immagine del serpente, da cui poi si è sviluppato il brano.

2.3 Il poliritmo 3-4-7 nel bridge è piuttosto inusuale: cosa volevi ottenere con quella scelta?

Nella parte centrale del brano avevo in mente di metterci un solo di synth, ma non volevo accompagnarlo con un 4/4 dritto e secco. Volevo destabilizzarlo in qualche misura, ma volevo che la batteria viaggiasse indisturbata su un 4/4. Quindi ho deciso che l’elemento di destabilizzazione dovesse provenire dalla ritmica della chitarra (in 3) e il groove di basso (in 7). Se si fanno due conti, si scopre che un poliritmo 3-4-7 ha un periodo di 84 quarti (che è appunto il minimo comune multiplo tra 3,4 e 7), il che è abbastanza destabilizzante.

3. DEATH BY SMALL TALK

3.1 Il brano sembra costruito come una conversazione che si perde: come hai tradotto questa idea nella struttura musicale?

L’idea di fondo era proprio quella: scrivere un brano “infervorato”, che sviluppandosi passasse di palo in frasca (in termini di temi e sezioni musicali), quasi a mimare il rapido susseguirsi di argomenti frivoli che caratterizza le small talk. Unico requisito: BPM > 180. Ho quindi costruito diverse sezioni relativamente scorrelate tra loro, per poi cucirle insieme. Ne è uscita fuori Death by Small Talk, che sinceramente è uno dei brani che più mi diverto a suonare e cantare dal vivo.

3.2 La Rickenbacker in apertura crea subito una tensione: perché proprio quel tipo di arpeggio?

In questa mia fase di produzione musicale mi trovo spesso a scrivere in modo tale che non sia troppo evidente se un brano sia in tonalità maggiore o minore. Non che sia una cosa nuova, ma - teoria musicale a parte - l’effetto che l’ambiguità armonica ha sul mio cervello mi piace. Anche se solo a posteriori poi ci ho fatto caso, l’arpeggio crea esattamente quell’ambiguità, passando rapidamente e ripetitivamente da minore, maggiore a sus4.

3.3 Perché, secondo te, le “small talk aggressive” meritavano una canzone?

Penso che la musica, e le possibilità per crearla, siano abbastanza ampie da fare in modo che qualsiasi cosa possa meritare una canzone, dalle storie d’amore alla carta vetrata, dal senso della vita ai peperoni cruschi, dal manzanarre al reno..quindi anche le small talk.

4. BLACK MIRROR

4.1 L’immaginario distopico del brano è molto forte: quale visione ha dato origine a Black Mirror?

Anche in questo caso mi sono lasciato trasportare dal “sapore” della melodia di chitarra, e dai suoni (e tonalità) che avevo scelto per eseguirla. Per qualche motivo il brano mi ha detto subito “apocalisse, estinzione”, ma è solo quello che ci ho sentito io in quel particolare momento.

4.2 Le voci ipersature sembrano parte del racconto: come hai collegato estetica sonora e narrazione?

Esatto, è quello che volevo far emergere. Per il tema trattato, anche un po’ in forma di “lamento”, mi è sembrato adeguato saturare le voci e caricarle di delay per conferire ulteriore ansia alle sonorità del brano.

4.3 Cosa ti interessava esplorare del rapporto tra desiderio umano e collasso?

In primo luogo il tema - ormai datato, trito e ritrito, ma attuale - della possibilità di un’estinzione di massa auto-provocata, causata dall’incremento incontrollato dello sfruttamento di risorse. In secondo luogo le manie di protagonismo che ha l’essere umano quando dice “se continuiamo così sarà la fine del mondo”, quando invece, se anche ci dovessimo estinguere, il mondo se la passerà benissimo senza di noi.

5. J.I.B.B.E.R.I.S.H.

5.1 Il titolo è un acronimo nonsense: come è nata questa scelta giocosa?

Come dicevo, mi piacciono i Beatles, e in particolare John (che è il soggetto dell’acronimo: “Jonh inflates balloons because every remote island starts hallucinating”). L’elemento no sense è un tributo, oltre che a John – che apprezzava il genere – al mondo dell’assurdo e del surreale, che apprezzo tanto anche io.

5.2 Il brano contiene riferimenti sottili ai Beatles: hai un ricordo specifico legato a quelle influenze?

Ho scoperto i Fab Four all’età di 10/11 anni, quando mio padre tornò a casa con un CD arancione con un “1” giallo stampato sopra, una raccolta delle hit dei Beatles, e da allora li ho riscoperti tante volte in tanti modi diversi. In generale sono un hater dichiarato e militante della banalità, non la sopporto, ma quello che ho ricevuto musicalmente dall’ascolto della musica dei Fab mi consente di accettare di dire una cosa così banale come “mi piacciono i Beatles”. Con J.I.B.B.E.R.I.S.H. mi sono semplicemente divertito a comporre un semplice e spensierato scherzo rock che fosse un collage di citazioni ai Beatles. Se anche tu che leggi sei fan, e vuoi “giocare”, ti invito a cimentati: nel brano sono presenti citazioni (più o meno evidenti) su tre livelli: testo, musica e grafica (copertina del singolo). Se le becchi tutte ti offro pizza e birra la prossima volta che passi da Roma.

5.3 Quanto è difficile rendere l’assurdo “musicale” senza perdere coesione?

Sicuramente è molto difficile, ma nel caso di J.I.B.B.E.R.I.S.H. l’assurdo si sviluppa nella tematica e non tanto nella musica. Mi avete dato un’idea però..proverò a scrivere un brano in cui l’elemento “assurdo” esiste esclusivamente nella musica (vediamo come..) mentre il tema si svilupperà in modo standard e lineare. Magari lo infilo nel secondo album.

6. DANCE PLAGUE DELIRIUM

6.1 Perché hai voluto raccontare la piaga del ballo del 1518 in forma psych-rock?

Non riesco a pensare ad una forma migliore, diversa dal rock psichedelico, per raccontare un evento di isteria di massa in cui centinaia di persone, in un villaggio di epoca medioevale, cominciarono a ballare in modo incontrollato per giorni e notti, senza musica, probabilmente a causa di qualche forma di allucinazione dovuta ad intossicazione alimentare, fino a lasciarci la vita..

6.2 Il brano cresce come una febbre collettiva: come hai costruito quella progressione?

Il brano si sviluppa in modo abbastanza lineare, più lineare di altri brani dell’album, e la progressione “musicale” vuole rispecchiare il progressivo impazzimento collettivo dei ballerini sventurati.

6.3 Che cosa ti affascina dei fenomeni storici legati all’isteria di massa?

Non ho nessuna competenza in materia, ma è affascinante notare quanto la suscettibilità, il trasporto comportamentale - di riflesso alle azioni altrui – la suggestione, e il condizionamento in generale, siano elementi chiave, probabilmente necessari, nello scatenarsi di un evento di isteria di massa, come se un gruppo di persone costituisse un macro-organismo che esce fuori di testa.

7. STONED MONKEY HERITAGE

7.1 Da dov’è nata l’idea del primate che scopre i cibi allucinogeni?

L’idea è legata alla teoria (totalmente speculativa e priva di evidenze - just for fun) che l’intelligenza e le prestazioni cerebrali dell’homo sapiens possano in qualche modo avere una relazione con le sperimentazioni - in termini di sostanze droganti e quindi aventi effetti sulla mente e sulla percezione del mondo - dei nostri antenati ominidi.

7.2 Il brano sembra a metà tra ironia ed evoluzione: qual era il tuo intento narrativo?

Definirei la tematica come fanta-evoluzionistica..in effetti, chi può dire che non sia andata proprio così: un nostro antenato, milioni di anni fa, abbia raccolto e mangiato un fungo nato su una m*rda di vacca, e in preda alle allucinazioni abbia pensato, guardando il seme del frutto che aveva appena finito di mangiare per coprire l’amaro del fungo, “quasi quasi nascondo sto coso sotto terra, vediamo che succede” – e boom: è nata l’agricoltura.. boom: disponibilità e riproducibilità di beni.. boom: baratto..boom: strutture sociali..boom: homo sapiens (ripeto – just for fun, non sono un biologo evoluzionista, ma l’idea è divertente).

7.3 I timbri brillanti e acidi danno un tono “fumoso”: come li hai scelti?

Ricercare dei toni “acidi” mi sembrava la cosa giusta da fare per un brano che parla di scimmie allucinate. La semplice scelta di una telecaster con pickup selezionato al ponte, passata attraverso un overdrive e inviata al mio ampli valvolare è stata la base di partenza perfetta.

8. SPAGHETTIFICATION APOCALYPSE

8.1 Perché la spaghettificazione — un fenomeno così specifico — ti è sembrata materiale perfetto per un brano?

Spesso mi metto a vagare con la mente alla ricerca di una tematica assurda per un brano, ma poi mi ricordo che la natura è una fonte sterminata di assurdità. La speghettificazione è una di queste e non poteva non meritarsi una canzone.

8.2 Il pezzo ha un carattere quasi rituale: volevi imitare la sensazione di cadere in un buco nero?

Non era mia intenzione imitare la sensazione di cadere in un buco nero (anche se sarei curiosissimo di sapere cosa si prova, ma credo che sia difficile che qualcuno sarà mai in grado di raccontarlo.. ma non è detto) ma condivido la sensazione che il brano – soprattutto la seconda parte – abbia un carattere rituale.

8.3 Quanto contano per te i temi cosmici come metafora dell’esperienza umana?

Se devo essere sincero, non molto..anche se, a ripensarci mentre sto rispondendo, l’esperienza umana è sicuramente legata al caos indescrivibile, e inafferrabile, che governa i nostri processi neurali, e al modo in cui i nostri processi neurali - e i loro effetti su quello che alla fine chiamiamo “comportamento” - interagiscono con i processi neurali di altri individui. Questo bordello più totale sicuramente mi porta a fare un parallelismo con il caos che regna indisturbato nel cosmo.

9. MANDELBROT! MANDELBROT!

9.1 Questo brano è un viaggio dentro un frattale: cosa ti attira dell’idea di un mondo senza punti di riferimento?

Come – credo – molti, ho scoperto i frattali guardando un’immagine e pensando che fosse molto figa. Poi mi sono chiesto cosa fosse e come fosse stata ottenuta quell’immagine (che era la rappresentazione geometrica di un frattale) e ho scoperto il concetto di frattale. Essendo anche un fan delle cose che non sono ciò che sembrano, che nascondono aspetti sotto la superficie, che hanno una regolarità non scontata, è stato facile appassionarmi.

9.2 Il suono è esplosivo e saturo: come hai lavorato per rendere “sonoro” il concetto di geometria infinita?

Anche se mi sono posto un po’ di volte la domanda “come faccio a scrivere un pezzo di musica frattale?” ancora non ho trovato una risposta esaustiva, e sto rimandando la questione da un po’.. la cosa può sfuggire facilmente di mano quando ci si infogna in nerdate del genere, e io ci sguazzo. Quindi Mandelbrot! Mandelbrot! non è un prezzo - tecnicamente - frattale ma racconta la storia di un vagabondo perso all’interno di un universo frattale. Per dipingere questo scenario mi sembrava adeguato l’utilizzo di chitarroni pieni di fuzz, con un tocco di octaver “sintetizzato”.

9.3 Chi è il vagabondo bidimensionale del titolo?

Il vagabondo – ironia bella forte – è proprio il creatore (o scopritore..non so di che team siete voi) del frattale stesso, tale Benoît Mandelbrot, matematico polacco del secolo scorso.

10. TOXIC EASTER BUNNY

10.1 Da dove nasce Marlon, il coniglio pasquale psicotropo?

Marlon ha un’origine molto semplice: era il periodo di Pasqua, ero a casa e avevo da pochi giorni comprato un nuovo pedale distorsore per chitarra. Si tratta forse del brano dalla genesi più diretta e semplice. Non so voi (chitarristi) ma quando io devo provare un distorsore nuovo la prima cosa che faccio sulla chitarra è dare una mazzata sulle corde prendendo un la maggiore nella posizione più semplice possibile, al secondo tasto (pickup rigorosamente al ponte), manco fossi Angus Young. Il riff è nato smanettando con il nuovo distorsore, ed essendo Pasqua ho voluto introdurre il coniglietto Marlon (però la storia mi sembrava noiosa se non si fosse trattato di un coniglietto pazzo che va in giro ad allucinare i bambini).

10.2 Il brano è uno dei più narrativi del disco: lo hai pensato come una sorta di mini-cortometraggio?

Quando ho scritto il testo di Toxic Easter Bunny in effetti l’ho sviluppato avendo sempre in mente le immagini dipinte dal testo stesso, come se fosse una composizione cinematografica – come fate a saperlo??

10.3 Perché hai deciso di chiudere l’album con un personaggio così grottesco e ironico?

Perché era l’ultimo brano in ordine alfabetico.. no scherzo, mi sono reso conto di questa cosa solo dopo averla detta. In realtà non c’è un motivo particolare, ma a posteriori, aver messo in fondo all’album questo brano credo sia stata una buona scelta, almeno a livello tematico: dopo un brano che parla dell’apocalisse gravitazionale e un altro che segue un vagabondo perso in eterno nella sua prigione frattale…un coniglietto psic opatico per sdrammatizzare ci stava.


martedì 11 novembre 2025

 

 

Rescue Zone presentano il video di Bed, un bellissimo concept video con atmosfere tra il dark e il sognante

https://youtu.be/5QdGz0M2Kmc?si=FSTgxb4s9jvoGavw

 

 

IL BRANO

“Bed” si esprime in modo distaccato dalla persona e racconta la condizione che ognuno di noi vive dentro le proprie paure e insicurezze. Mostra come queste ci facciano sentire oppressi, inadeguati e costantemente in conflitto con noi stessi.

È una spinta alla ribellione, prima verso le nostre stesse gabbie interiori, per provare a uscire da quelle situazioni che creiamo con gesti istintivi e affrettati. Ci ricorda che tutto ciò di cui abbiamo bisogno va cercato ed ottenuto senza compromessi e paura.

Ogni riferimento rimanda a momenti di riflessione; ogni domanda cerca una risposta, senza sapere se sarà davvero quella giusta. Il brano racconta il passaggio dalla quiete apatica alla ribellione, nella ricerca di una risoluzione personale.

 

IL VIDEO

 

Il video di Bed si apre con una mano sanguinante e una camminata lenta, come se il pericolo fosse ormai alle spalle. È solo una tregua illusoria: ciò che inquieta dentro non ha mai smesso di muoversi. La cattura e il sacco calato sulla testa segnano il ritorno inevitabile di quelle ombre.

Su un materasso, il corpo giace con il volto coperto dallo stesso sacco. Mani che vagano ai lati sfiorano lo spazio attorno, presenze che tornano a manifestarsi e richiamano ciò che era stato messo a tacere.

Sul tavolo, circondato da figure mute,

una mano scivola dall’addome al volto: un contatto che rivela la verità nascosta, come se ciò da cui si fugge trovasse comunque il modo di manifestarsi.

Nel bagno, immerso nell’abbandono, tutto si ribalta: chi tentava di fuggire diventa preda, e ciò che sembrava distante prende il controllo. Il trascinamento per i piedi legati e il cerchio rituale mostrano l’esposizione totale alle proprie paure.

Nella sepoltura nasce un impulso di ribellione, un gesto istintivo per non lasciarsi inghiottire definitivamente. La corsa ritorna, tra cadute e riprese, fino alla stessa mano sanguinante che chiude il video, identica all’inizio: il confronto con sé stessi non finisce, ritorna ciclicamente allo stesso varco.

 

 

BIOGRAFIA

 

I Rescue Zone si formano nel 2024, dall’incontro tra cinque musicisti decisi a trasformare le proprie esperienze in qualcosa di autentico e potente. Tutto parte quando Emanuele, voce della band, contatta Nicola, bassista, nel settembre dello stesso anno. Con Andrea alla batteria – compagno di palco di lunga data di Nicola – e i chitarristi Alice e Raffaello, vecchi amici uniti dalla stessa urgenza creativa, la formazione prende rapidamente vita.

Le loro influenze diverse si fondono in un sound diretto, energico e moderno, dove melodia e impatto convivono in perfetto equilibrio.

A giugno 2025 pubblicano il primo singolo, “Get Away”, seguito da “Bed”, due brani che segnano l’inizio del percorso dei Rescue Zone: una band che mette al centro l’istinto, la coesione e la voglia di suonare senza compromessi.

 

 

venerdì 10 ottobre 2025


 

Leon seti presenta Oh London!

https://open.spotify.com/intl-it/album/4b9wSoqy40Aj7Fsz7KYz9e?si=lLab2b8fQIirfaJR33qFww

 

L’INTERVISTA

01.   Come e quando prende vita la tua strada musicale?

Il mio percorso comincia a 19 anni in Inghilterra, dove comincio a scrivere i pezzi del mio primo EP nel mio computer.

02.   Come definiresti il tuo genere musicale ?

Il mio genere é pop elettronico, forse anche alternativo o chill.

03.   Qual'è il brano più rappresentativo dell'ep ?

Il brano che rappresenta piú l’EP é august, nostalgico ed estivo.

04.   Che cosa ha di “Speciale” il tuo nuovo lavoro?

La mia nuova musica é speciale perché rappresenta una nuova collaborazione e nuovi suoni. Ho preso piú mano sulla produzione rispetto al mio album passato, quindi questo lavoro lo sento piú mio.

05.   Quali sono i tuoi piani più immediati?

 I piani piú immediati sono di continuare a promuovere la mia musica sui social, pubblicare remix e forse un alb

L’ep

"Oh, London", il nuovo EP di Leon Seti, è un’esaltazione poetica della tarda estate: quella fase sospesa tra la luce e la malinconia, dove i giorni sembrano allungarsi nell’aria calda e i ricordi iniziano già a sbiadire. Quattro tracce intime e cinematografiche raccontano emozioni effimere e nostalgiche, tipiche di una stagione che si spegne lentamente, lasciando spazio ai sogni, all’attesa e a una dolce inquietudine.

L’EP si apre con “August”, il primo singolo, che ne definisce subito l’atmosfera: calda, avvolgente, come il vento di fine agosto. Il brano è un racconto delicato di un amore passato, tra sussurri elettronici e malinconie luminose.

Segue “Bluffer”, una traccia travolgente e giocosa, che si fa portavoce di una rabbia euforica: cori stratificati e synth brillanti creano un inno liberatorio che sbeffeggia tutti i detrattori di Seti e la sua esperienza nel mondo della musica.

La title track, “Oh, London”, arriva come una brezza al tramonto. Parte tranquilla, cresce lentamente e si apre in un finale corale con un beat e campane che richiamano la capitale britannica. Il brano è una riflessione intensa sul rapporto ambivalente che Leon Seti intrattiene con la città che lo ha accolto per anni: un intreccio profondo di amore, frustrazione, crescita e conquista e che, come dice nel pezzo, lo riporta sempre allo stesso punto.

A chiudere il progetto è “Universe”, una sorta di notturno stellare, come la sera di San Lorenzo: una ballata che volge lo sguardo al cielo, riflettendo sull’amore e sul nostro posto nell’infinito. Una canzone dedicata al partner di Leon che ci ricorda quanto siamo grandi e piccoli allo stesso tempo, parte dello stesso universo.

Con questo nuovo lavoro, Leon Seti si presenta come una divinità dell’estate tardiva: un’immagine mitica e contemporanea, con spighe tra i capelli e melodie cariche di speranza, desiderio e luce lontana.

Leon: “Oh, London è un piccolo rituale pop, un invito a perdersi nei ricordi e nelle promesse dell’estate che finisce e un assaggio di quello che verrá.”


giovedì 2 ottobre 2025

 

NIMBY

presentano il terzo singolo,

"3 ottobre"

tratto dall'album BARBARIE

 

Il 3 ottobre esce “3 Ottobre”, terzo videoclip e quinto singolo di Barbarie, ultimo album dei Nimby. Il brano, dal tono cantautorale, racconta la solitudine esistenziale e il desiderio di cambiamento di fronte a un mondo alienato e consumista, ma anche il rischio di cedere alla tentazione dell’“uomo forte”, possibile dittatore contemporaneo. Il videoclip, girato in un crudo bianco e nero, rinuncia all’estetica patinata per sottolineare il contrasto vita/morte e il dilemma morale del protagonista. La scelta del monocromo concentra l’attenzione su azioni e personaggi, disturbata però dalla presenza di dispositivi elettronici simbolo di distrazione di massa. Il personaggio, diviso tra sogno rivoluzionario e attrazione per il potere, è fragile nella sua solitudine e incline alla corruzione, riflettendo un’umanità che, tra simboli e rimandi storici, rischia di ripetere i propri errori.

Il video, un elegante clip in bianco e nero, che porta magicamente a livello visuale i contenuti della canzone, è stato realizzato dal regista Emanuele Spagnolo.

GUARDA IL VIDEO

https://youtu.be/xbk5QZp2MMg

IL TESTO

Oggi, mercoledì 3 ottobre,

ho deciso di fondare un movimento individuale

per la promozione di un nuovo giudizio universale

Ci ho riflettuto ieri, martedì 2 ottobre 

mentre ancora intorpidito provavo a rendermi la vita meno uguale

Che tristissimo eureka lui col suo pattume

Passo svelto e schiena dritta,

si liberava di un peccato consumista.

Una cacca di plastica, neanche troppo sola

invocava l’attenzione del testimone che era stato la sua gola

Dimmi che sei con me, anche quando non trovo le parole

Dimmi che sei come me, contemplatore della rivoluzione

 

Oggi, mercoledì 3 ottobre

ho deciso di affidare tutti sti sbagli alla pena capitale

Mi è balenato ieri, martedì 2 ottobre

mentre i saggi e i poveracci si masticavano boriosi le parole

Quasi quasi mi arrendo, resterei in disparte,

ma ho la smania di azzerare di giudicare il tutto per una parte

Dimmi che sei con me, anche quando non vedo più di un dove

Dimmi che sei come me, affascinato dal moderno dittatore.

 

BIOGRAFIA

Nata da un’idea del frontman Tommaso La Vecchia e del chitarrista Aldo Ferrara, la rock band esordisce dal vivo nel 2009 in Calabria, offrendo un sound autentico nel panorama indie alternative italiano. 

Il primo lavoro è l’Ep del 2010 "A glimpse of world seen thru the eyes of an old tree" forte della presenza musicisti della scena locale come Arco Parentela (4Gradi Brix, Gioman) al basso e Antonio Guzzomì (Meat For Dogs, Bretus) alla batteria.
Il primo LP della band è “Not In My Back Yard” del 2013, con la coproduzione di Fabio Magistrali (Afterhours, Marta Sui Tubi, Rosolina Mar, etc.). Nella formazione ci sono Gianluca Fulciniti (batteria), Stefano Lo Iacono (basso), Francesco La Vecchia (chitarra), Raffaele De Carlo (cori e flauto traverso); Le registrazioni, in presa diretta, vengono eseguite al MuSaBa. di Mammola (RC) parco-museo dell’artista internazionale Nik Spatari che ospita tutta la band nella sua splendida foresteria e concede l’utilizzo di ben tre opere pittoriche per l’artwork del cd.
Dopo la realizzazione del primo videoclip “Summer” nasce un’intesa col regista Matteo Scarfò che, oltre a realizzare il video di “Cinema” sceglie alcuni brani di “Not In My Back Yard” tra le musiche del docu-film “BOMB! Fantasia In Fiamme”, dedicato alla vita e alla poesia “Beat” di Gregory Corso.
Il secondo album, “NIMBY II” del 2018, è realizzato in coproduzione artistica con Manuele Fusaroli (Nada, Tre Allegri Ragazzi Morti, Il Teatro degli Orrori, One Dimensional Man, Karate), registrato e mixato al Natural Headquarter Studio di Corlo (FE) con l’assistenza al banco di Federico Viola.  A sostiuire Gianluca Fulciniti c’è Simone Matarese (Meat For Dogs, Bretus, Bruno & The Souldiers). Illustrazioni e grafiche dell’LP sono stati realizzati dall’artista Andrea Grosso Ciponte, professore dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Il formato fisico in vinile è stato stampato dalla PPM. La copertina ha vinto il Best "Art Vinyl Choice" nel concorso BEST ART VINYL 2018 che premia i più bei vinili del panorama italiano.
Nel 2020 Vins Perri (Sharada) - batteria e voci - e Giuseppe Quaresima – basso - subentrano rispettivamente al posto di Simone Matarese e Stefano Lo Iacono per produrre nuovi brani presso il NUNULAB Studio (Mammola - RC) e il Black Horse Music Studio (Catanzaro). Inizia, dunque, una nuova stagione compositiva dove la poetica di Tommaso cambia prospettiva: dalle tematiche contemplative o introspettive dei primi due album, nel nuovo lavoro il cantante volge lo sguardo verso particolari fenomeni sociali, senza perdere l'opportunità di raccontarli attraverso giochi surreali e lenti caleidoscopiche. Nel 2023 il bassista Manuel Grandinetti entra nella formazione in sostituzione di Giuseppe.

Nel dicembre del 2023 esce in digitale con l’etichetta “Semplicemente Dischi” il primo singolo del terzo disco “Barbarie”, “Avatar”, insieme al videoclip realizzato in frame by frame da Raffaele Rotundo dell’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro.
Nel settembre 2024 esce il digitale sempre con la stessa etichetta il secondo singolo "Montevideo" insieme al videoclip realizzato dal regista Giuseppe Curti (aiuto regia in Freaks Out, Lo Chiamavano Jeeg Robot). Il 5 ottobre 2024 suonano a Faenza sul "Palco Crescendo" del Festival MEI mentre qualche settimana dopo il videoclip di Montevideo riceve il premio "Onda Rock Music Video Contest".
Il 21 Marzo 2025 esce in vinile e in digitale il terzo album Barbarie, anticipato dai singoli "A Terra" e "Johnny Freak".


Negli anni la band condivide il palco con gruppi come Jeniferever, Octopuss, Saint Just, Sick Tamburo, Bud Spencer Blues Explosion, Andy Timmons, Rezophonic, Omar Pedrini, etc; preziosa la collaborazione con Franco Dionesalvi per alcuni spettacoli di musica e poesia, presentati in rassegne come il “Festival delle Serre” di Cerisano, “Primavera dei Teatri” di Castrovillari e il “Festival Internazionale della Poesia” al MUDEC di Milano. Infine, si segnalano partecipazioni ai migliori festival musicali calabresi come Invasioni, Restart Cosenza Vecchia, Color Fest, Trame, Rock On Martirano Lombardo, Tradizionandu, Onda Rock etc.

 

BARBARIE

Tra le onde agitate della nostra umanità decadente, la band vuole offrire un nuovo equilibrio attraverso il linguaggio del rock alternativo, ricco di intenzioni cantautorali e libero dagli schemi dell’industria musicale nostrana. In un periodo storico in cui l'esistenza dell'umanità è messa alla prova e in discussione, in questo album i Nimby provano a raccontare, attraverso determinati personaggi e fenomeni sociali, le contraddizioni della nostra epoca. Se nei brani i testi di Tommaso fanno volgere lo sguardo verso gli ultimi della società, la copertina offre invece una prospettiva verso chi ha intenzione di manipolare le nostre menti e ci fa sprofondare nella Barbarie. Attraverso un gioco di assonanze il barbiere della copertina, realizzata su tela dall’artista Matteo Marcucci alias Mista Mark, è il medium a cui affidiamo ciò che antropologicamente di più vicino è alla mente dell’uomo: i capelli che, nella Storia del rock, sono un simbolo del vigore con cui viene trasmesso, attraverso linguaggi differenti, l’istinto controculturale del musicista. Il volto mostruoso nel quarto riquadro rappresenta il “taglio” finale realizzato dal Barbiere per sottomettere le nostre menti al Potere. Il disco, annunciato in precedenza dai singoli Avatar e Montevideo, è stato autoprodotto dalla band in totale modalità DIY; le registrazioni il missaggio e il mastering sono state affidate a due studi di Registrazione, il NunuLab (Mammola - RC) e il Black Horse MusicStudio(Catanzaro).

 

IL VINILE 

Il disco, annunciato in precedenza dai singoli Avatar e Montevideo, è stato autoprodotto dalla band in totale modalità DIY; le registrazioni il missaggio e il mastering sono state affidate a due studi di registrazione, il NunuLab (Mammola - RC) e il Black Horse Music Studio (Catanzaro). 

Oltre che al formato digitale è prevista anche l’uscita di un formato fisico molto speciale: sono state stampate 200 copie a 33 giri numerate, di cui le prime 100 su vinile colorato naturale con un multi splatter richiamante i colori della copertina, sono già soldout. Inoltre, l’inserto interno, coi testi da un lato e la copertina dall’altro, darà la possibilità di approfondire il contenuto delle liriche ed eventualmente utilizzare l’opera dell’artista Mista Mark presente come poster da incorniciare. 

La stampa del vinile, realizzata con l’etichetta catanzarese Semplicemente Dischi è stata affidata alla giovane fabbrica calabrese di Vinili Southbound Press, una delle pochissime fabbriche in Italia capace di offrire la stampa di vinili colorati splatter e marble.

 

 

martedì 30 settembre 2025

 


 

Slow Rush presentano il video Be Your Movie... estetica tra il pop, il kitsch e il trash... brano power pop con attitudine punk

Link a YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=4-ZosMo5hg8

 

 

Intro/Descrizione video:

Be Your Movie, ideato dagli Slow Rush e diretto da Alberto Frisinghelli, trasformano un brano già di per sé carico di riferimenti pop e nostalgia in un vero e proprio videoclip surreale. Il video si muove tra commedia e sogno ad occhi aperti, senza mai prendersi troppo sul serio, ma riuscendo al tempo stesso a fotografare perfettamente lo spirito del pezzo.

Il titolo è il cuore del gioco: Be Your Movie diventa sia una dedica romantica che un’irresistibile onomatopea campagnola (moo-vie), e il video sfrutta questo doppio registro con una serie di scene volutamente sopra le righe. Vediamo così mucche che rincorrono i protagonisti, sirenetti con barba e baffi, stanze anni 2000 tappezzate di VHS e poster, fino a telefonate infinite fatte da banane umane che chiamano altre banane. Ogni sequenza è un omaggio ironico e affettuoso all’immaginario adolescenziale che ha nutrito una generazione, tra teen drama americani e pomeriggi passati davanti alla TV.
La forza del video sta proprio nell’abilità di mischiare i registri: il tono goliardico e leggero non cancella la profondità del senso del testo, ma la amplifica, mettendo in scena quel senso di confusione brillante che accompagna le prime scoperte, i primi innamoramenti e i primi desideri che non corrispondono a ciò che il mondo si aspetta da te. È un linguaggio visivo che sembra dire: “sì, è tutto assurdo, eppure siamo esattamente qui, dentro questa assurdità, a riconoscerci”.
E se la componente estetica guarda dichiaratamente al kitsch e al trash consapevole (camerette colorate, glitter ovunque, accessori fuori moda tornati cool), a dare sostanza al tutto è il finale: una panoramica su Vicenza, la città natale del trio. Una chiusura semplice ma potentissima, che riporta il racconto all’origine, mostrando che dietro le parodie e i travestimenti c’è un gruppo che non ha paura di dichiarare da dove viene e cosa sogna di diventare.

Be Your Movie non è solo un video, ma un manifesto di intenti: gli Slow Rush non si limitano a citare la cultura pop, la vivono, la deformano e la restituiscono con la freschezza di chi vuole divertirsi ma anche lasciare un segno.
Autoironia punk e libertà queer, un piccolo cult in potenza, capace di parlare a chiunque sia cresciuto con cartoni animati, VHS impazzite e crush impossibili.

 

Biografia band:

Gli Slow Rush nascono nel 2020 a Vicenza e suonano con l'urgenza di chi sa che perdere tutto non è un'opzione. Emo-core, alternative rock, il suono di una VHS che si inceppa a metà di una scena che avresti voluto rivedere e un approccio “take-it-or-leave-it” che celebra l’autenticità sopra ogni compromesso con un’identità che oscilla tra l’accettazione del disagio e l'introspezione.

Slow Rush è molto più di un semplice progetto musicale: è un viaggio interiore che propone di mettere a nudo la verità, come una lente che indaga la realtà delle emozioni e dei pensieri nascosti, sfidando le convenzioni stilistiche musicali di un panorama stracolmo di falsità confezionate, scegliendo sempre la strada dell'autenticità cruda. Anche quando fa male.