lunedì 29 dicembre 2025

 Emidio de Berardinis

presenta

VIA IGNIS...

https://open.spotify.com/intl-it/album/2z2jf1h7hZLQkrfMTNQPNe?si=KwqWYQ6cRNuauQai0eNOew

 

 

Quest'opera prima è il risultato di un'alchimia scaturita da profonde riflessioni: le creazioni, infatti, nella dimensione duale, possono generare solo dall'attrito.

L'esperienza diretta ha promosso, quindi, la nascita della vera scienza perfettamente associabile alla vera spiritualità basate necessariamente, entrambe, sul sapere che l'Uomo deve scegliere per potersi trasformare in mago e rendere la vita una bellissima e sacra cerimonia.

E così, ciò che è sopra si riflette in ciò che è sotto e viceversa: il sottosopra è l'inevitabile disordine precursore del potere che scaturisce dalla nascita del vero uomo, completo e perfetto ad immagine speculare del suo Creatore.

La coscienza umana stabilmente integrata in questa consapevolezza può giungere alla liberazione totale e uscire dalla ruota del Samsara, esperendo l'unica vera iniziazione possibile: iniziare il viaggio che integra la forza attiva e l'accoglienza passiva ribaltando ogni illusoria sicurezza e trovando la via della Salvezza.

 

L’intervista 

1. Via Ignis sembra un disco fuori tempo, fuori moda, fuori mercato. Quali sono le tue

fonti primarie?

“Via Ignis” è fuori dal tempo perché nasce in uno spazio interiore che non risponde alle logiche

del mercato. È il frutto di un lungo silenzio creativo, durante il quale ho lavorato su me stesso

più che sulla musica. Le fonti primarie sono squisitamente interiori: tappe di un percorso

alchemico in cui metto in discussione tutte le programmazioni che mi hanno tenuto ancorato

alle identità costruite e alle aspettative di un mondo che mi sta stretto. Ma il vero centro del

disco è l’esperienza vissuta nella carne, che rende testimonianza della mia trasformazione.

Sicuramente è un disco “fuori mercato” proprio perché non è stato pensato per il mercato, ma

per destabilizzarlo!


2. In “I fiori del fuoco” molti ascoltatori percepiscono una risonanza con il Battiato più

mistico. È un riferimento consapevole o spontaneo?


La risonanza con Battiato è abbastanza inevitabile e accade spontaneamente quando ci si muove

in territori interiori simili. Il maestro sicuramente ha aperto un varco che ha fatto breccia in me,

dimostrando che la musica può diventare un veicolo efficace per esplorare stati di coscienza

differenti dall’ordinario.

“I fiori del fuoco” è un brano che nasce proprio da uno di quei momenti in cui la percezione si fa

più sottile e il fuoco interiore illumina ciò che solitamente rimane nascosto; se questo rimanda al

Battiato più mistico, per me è un grandissimo onore, anche se, in verità, il mio movimento è stato

completamente intimo e personale, guidato unicamente dall’esperienza diretta.


3. “Gli occhi di mio padre” richiama Satie nel pianismo iniziale. Che rapporto hai con la

musica minimalista?


La musica minimalista mi accompagna da sempre, non tanto come scelta estetica quanto come

modalità di ascoltare il mondo. In Satie c’è un’essenzialità che mi risuona profondamente: ogni

nota è necessaria per trasmettere il messaggio e assolutamente nulla è superfluo. Si tratta di un

linguaggio sottile e rispettoso, che non impone ma svela l’essenziale.

Ne “Gli occhi di mio padre” quell’atmosfera nasce con estrema naturalezza, senza sforzo alcuno.

Quando ho iniziato a comporre il brano ero immerso in uno stato di coscienza molto espanso, e il

minimalismo era l’unico spazio possibile per non tradire la delicatezza e la profondità che ero

riuscito a toccare. Il pianismo “spoglio” come una stanza vuota permette ad un ricordo di affiorare

nella sua integrità senza essere disturbato o distorto dalla mente.

Per me, il minimalismo è togliere strati, lasciare che il silenzio parli permettendo alla coscienza

umana di emergere e aprirsi con fluidità … senza forzature.

4. Gli archi minacciosi di “Moto ritmico del fuoco” suggeriscono un immaginario quasi

cinematografico. Ci sono compositori di colonne sonore che ti ispirano?


L’aspetto cinematografico di “Moto ritmico del fuoco” è dovuto al fatto che quel brano

rappresenta una fase del percorso interiore in cui il fuoco smette di essere contemplativo, ma

diviene dinamico e a tratti perturbante. Per questa ragione, gli archi dovevano incarnare quella

forza: un’energia bruciante che avanza, smuove e mette in crisi al fine di trasformare.

Molti compositori hanno indubbiamente contribuito a “plasmare” il mio stile: Max Richter per il

modo in cui unisce lirismo ed essenzialità e pure Arvo Pärt che, pur non essendo un compositore

“da cinema” ha influenzato in modo enorme la percezione del suono come spazio spirituale.

Ma più che ispirazione orizzontale, direi che “Il Moto ritmico del fuoco” è il canto che scaturisce da

un vero ascolto interiore che chiedeva quella densità e quel movimento quasi rituale. Gli archi

sono espressione tangibile del respiro di una trasformazione personale che potenzialmente può

essere esperita da chiunque decida di voler esplorare la propria interiorità ignea.

5. Il tono iniziatico dell’album richiama certe tradizioni sapienziali. Ci sono testi o autori

spirituali che hanno influenzato la tua scrittura?


Sicuramente! “Via Ignis” nasce proprio dall’incontro con una dimensione sapienziale che ha

trasformato il mio modo di vivere e, di conseguenza, di creare. La fonte principale è l’Agni Yoga:

una disciplina che non è solo un insieme di insegnamenti, ma una pratica quotidiana, un modo di

accordare la coscienza a frequenze più vaste. È stata decisiva nel mio processo di disidentificazione

dalle programmazioni di questo mondo, e nel risveglio di una percezione più verticale

dell’esistenza.

Accanto a questo insegnamento centrale, ci sono autori straordinari che hanno fatto da risonanza

o da ponte: Gurdjieff con la sua “Quarta via, Krishnamurti e la sua libertà radicale, forse anche la

tradizione ermetica che da sempre lavora sul fuoco come forza trasmutatrice.

Il tono iniziatico dell’album non è una costruzione estetica, ma il riflesso di un vero cammino

interiore che continua a trasformarmi, giorno dopo giorno …

6. Quanto ha contato la musica sacra — dalle liturgie antiche ai canti devozionali — nel

plasmare la tua poetica?


Amo la musica sacra di qualsiasi tradizione spirituale e quel “mondo vibrazionale” è sicuramente

entrato nel mio modo di concepire il suono. Le liturgie arcaiche, i canti devozionali, i mantra e le

pratiche vocali orientate all’elevazione della coscienza hanno tutte una caratteristica comune: non

ambiscono ad intrattenere l’ego, ma bypassandolo (rivolgendosi direttamente al centro

dell’essere) lo trasformano.

Credo che questa risonanza abbia plasmato la mia poetica più nella funzione che nella forma: la

ripetizione, il silenzio tra le note, il senso di verticalità, l’idea che la musica possa essere un ponte

… tutto questo proviene da una memoria profonda e ancestrale che la musica sacra custodisce.

Del resto, la stessa voce non è solo semplice strumento, ma “veicolo”: un atto devozionale in sé,

anche quando non ha un contenuto esplicitamente spirituale.

Dalla sacralità del suono ho imparato che ciò che vibra dentro può risvegliare qualcosa anche

fuori; e questo, credo, sia l’asse invisibile attorno a cui ruota l’intera opera “Via Ignis”.


7. In “Filia filii tui” si percepisce un’eco delle nenie orientali, quasi Hare Krishna. Qual è il

tuo rapporto con le musiche rituali del mondo?


In “Filia filii tui” ho inserito consapevolmente il mantra “Hari Om Tat Sat” perché a conclusione del

percorso narrato con i vari brani che la precedono, sentivo il bisogno di una vibrazione che non

fosse più solo personale, ma universale e i mantra hanno questa qualità: aprono spazio,

espandono e sono straordinariamente inclusivi.

Il mio rapporto con le musiche rituali del mondo è di assoluto e profondo rispetto: testimoniano di

come l’umanità, nelle sue infinte sfumature culturali e spirituali, abbia sempre utilizzato il suono

per trascendere la superficialità dell’esistenza terrena. Che si tratti di canti devozionali indiani, di

invocazioni sufi, di polifonie sacre africane o di liturgie antiche, ciò che a me interessa è la funzione

trasformativa del suono.

Se in questo brano emerge un’eco orientale è perché quando ci si muove in territori vibrazionali

vicini al sacro, le tradizioni tendono a convergere: si va a toccare un archetipo comune.

“Hari Om Tat Sat” non è un ornamento esotico ma un sigillo sonoro: un modo per ricordare (prima

di tutto a me stesso) l’Essenza che vibra dietro ogni forma.

8. C’è un musicista che ti ha insegnato più il silenzio che il suono?

Mah! Il primo nome che mi viene in mente è Vivaldi nelle cui sinfonie il silenzio non è mai vuoto

ma spazio vitale … un respiro tra i suoni che permette alla coscienza di emergere e vibrare. Con

Vivaldi ho imparato che il silenzio può avere peso, direzione e profondità pari alla nota più intensa.

E in tutti i brani di “Via Ignis” ho sempre cercato di applicare questa lezione: ogni suono, ogni

parola, ogni tono, deve dialogare intimamente con il campo che lo accoglie e in cui può accendersi

e trasformare.

9. Le tue atmosfere sembrano legate a un immaginario pittorico. Ci sono artisti visivi che

senti affini?


Le mie atmosfere nascono spesso da immagini interiori che hanno più a che fare con l’immaginario

pittorico che con la realtà concreta. Sento grande affinità con i Preraffaeliti per la loro attenzione

ai dettagli e la capacità di trasmettere narrazioni dense di simbolismo; Bouguereau per la grazia e

la delicatezza dei corpi e dei gesti; Monet e gli impressionisti per come catturano la luce e

l’effimero con pennellate sospese nel tempo; e infine Caravaggio, per la potenza drammatica dei

contrasti e la capacità di rendere il sacro visibile attraverso l’ombra. Mi piacerebbe parlare anche

delle commoventi nuvole di Turner…ma torniamo al disco.

In “Via Ignis” cerco di portare qualcosa di simile: dimensioni vibrazionali in cui colore, luce e

silenzio si fondono, dove ogni brano diventa un quadro sonoro e un luogo in cui l’ascoltatore può

proiettare la propria esperienza interiore.

10. L’uso della ripetizione, del ciclo, della sospensione: da dove arriva questa sensibilità?


Nasce dal lavoro interiore e dall’influenza delle tradizioni sapienziali che non considerano mai la

ripetizione come sterile monotonia ma efficace strumento di trasformazione atto a stimolare la

coscienza, osservare i modelli interiori e creare spazio funzionale al risveglio.

Anche la musica rituale mi ha insegnato molto in questo senso: i mantra, i canti devozionali e le

liturgie antiche usano il ciclo e la sospensione per condurre l’ascoltatore in uno stato più profondo,

superando l’ego e la percezione ordinaria. Nella composizione, questo si traduce in strutture in cui

il tempo sembra espandersi, le note respirano e il silenzio diventa parte attiva del discorso

musicale.

In “Via Ignis”, ogni ripetizione e sospensione non è tecnica ma respiro stesso del percorso in atto:

la mappa sonora del cammino interiore.

11. Quali influenze extramusicali — cinema, poesia, filosofia — senti più forti in Via Ignis?

In “Via Ignis” le influenze extramusicali sono state decisive, ma sempre filtrate dal mio percorso

interiore. Nella poesia, il cui linguaggio simbolico è straordinariamente efficace per trasferire

contenuti sottili, mi sento molto vicino alla delicatezza di Emily Dickinson, alla saggezza dei

Rubaiyat di Omar Khayya, alla profondità di Hafez e alla mistica sufi: poeti che parlano all’essenza

più che alla mente, toccando il lettore con immagini e intuizioni piuttosto che con sterili concetti.

In filosofia, Platone e Socrate mi hanno insegnato il valore della ricerca e della domanda

incessante, mentre F. Nietzsche ha acceso nelle mie profondità, la tensione verso la trasmutazione

dell’essere e la sfida alle meccaniche convenzioni dell’ego.

Il cinema ha avuto un ruolo altrettanto significativo: le pellicole contemplative asiatiche, la

bellezza spirituale di Bab’Aziz, ma ancora Star Wars in cui vengono esplorate dimensione di realtà

archetipali molto affascinanti, viaggi iniziatici e l’eterna lotta tra luce e oscurità!

12. Se dovessi indicare tre artisti (di qualsiasi campo) che hanno formato il tuo sguardo, chi

citeresti?


Il mio sguardo è stato formato da grandi esseri che hanno offerto all’umanità, attraverso splendide

opere d’arte, la prova tangibile della Bellezza ispirata dai piani superiori di coscienza: nella musica

Franco Battiato, Fabrizio De André, The Doors; nella pittura: Caravaggio, Marc Chagal, Leonardo

Da Vinci; nel cinema: Wong Kar, Wai, David Lynch, Federico Fellini; nella poesia: Emily Dickinson,

Dante Alighieri, Khalil Gibran; nella letteratura: Luigi Pirandello, Herman Hesse, Jhoann Wolfgang

Ghoete; nella scultura: Michelangelo Buonarroti, Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova…

domenica 7 dicembre 2025

 

Atom Lux

Voidgaze Dopamine Salad

https://open.spotify.com/intl-it/album/64Y8KzprtJzLOStLQP7kCS?si=0ho9aKmaQLS0htE_uacqig

 

Descrizione Album

Con il suo album di debutto Voidgaze Dopamine Salad, Atom Lux (in parte Lucio Filizola) intraprende una turbolenta esplorazione ai confini del rock psichedelico contemporaneo.

Atom Lux nasce dal desiderio di abbracciare l’instabilità come motore creativo. Invece di scegliere un solo linguaggio musicale, Filizola intreccia psych rock, alternative, garage, soft stoner e prog-pop, lasciando che si scontrino, si sovrappongano e si trasformino in qualcosa di fresco e unico. Il risultato è un album che sfugge alle definizioni, ma che al tempo stesso mantiene una forte coerenza: un multiverso caleidoscopico tenuto insieme dalla forza gravitazionale dell’energia rock più autentica.

Al centro di Voidgaze Dopamine Salad si incontrano gioco e apocalisse, visioni allucinatorie e strutture solide. I dieci brani poggiano su chitarre granitiche e riffose, synth frastagliati, voci sature e una sezione ritmica pulsante, mentre i testi spalancano porte su immaginari surreali e grotteschi: scimmie allucinate, fiumi di lava, universi frattali, singolarità cosmiche letali, conigli inebrianti, serpenti doppiogiochisti e danzatori isterici. Ogni traccia è un portale diverso, ma tutte insieme compongono un mosaico sonoro vivido e delirante, in cui caos e melodia convivono in tensione costante.

Pur non essendo un concept album, il disco porta con sé un filo conduttore forte: la sensazione di un’insalata di dopamina servita su un piatto fatto di lunghi sguardi nel vuoto, un banchetto frammentato e ipnotico di emozioni, visioni e distorsioni. Il titolo stesso riassume il paradosso che anima la musica di Atom Lux: un mix irriverente di ironia, psichedelia e inquietudine esistenziale, servito con l’energia ruvida e diretta di una live performance rock.

Con Voidgaze Dopamine Salad, Atom Lux si presenta come una voce nuova e riconoscibile nel panorama psych/alt-rock. Un lavoro eccentrico eppure curato, surreale ma radicato nella tradizione, che dimostra come il rock possa ancora reinventarsi quando viene filtrato da un’immaginazione senza confini. Più che un semplice debutto, è un invito ad entrare in un multiverso sonoro in cui ogni ascolto svela nuovi dettagli, nuove distorsioni, nuovi modi di guardare nel vuoto.

 

L’INTERVISTA

 

 

1. POINTLESS MADNESS

1.1 Pointless Madness è nata in un pomeriggio: cosa è successo in quelle ore perché il brano prendesse forma così rapidamente?

Pointless Madness è frutto di un esperimento che spesso mi diverto a fare quando ho un po’ di ore libere. Mi metto in studio – chitarra o tastiera in mano – e vado a ruota libera con l’obiettivo di scrivere e registrare da zero un mini-brano compiuto. E’ un esercizio divertente, che a volte può portare a qualcosa di buono (altre no). Quando ho avviato il progetto Atom Lux ho cominciato proprio da queste brevi composizioni espresse, di circa 90 secondi – anche per cominciare a pubblicare qualcosa sui social - che chiamavo P.M.S. (Pointless Music Shot). Pointless Madness è nata da uno di questi esperimenti.

2.1 Nel testo compare il personaggio di Mr. Kite: da dove arriva questa figura frenetica e surreale?

Mr. Kite è uno dei numerosi elementi che – consciamente on inconsciamente – ho inserito nella mia musica grazie alla mia passione per i Beatles. Ricordo quando ascoltai per la prima volta il brano Being for the benefit of Mr. Kite! (Sgt.  Pepper’s Lonely Hearts Club Band) e ricordo la frenesia psichedelica che mi trasmise. Ho pensato che la figura di Mr. Kite si prestasse bene a fare da cicerone nel viaggio rapido e frenetico rappresentato da Pointless Madness.

3.1 Quanto è stato importante lasciare che istinto e caos guidassero la costruzione sonora del pezzo?

Molto, almeno nella prima stesura di qualsiasi mia composizione cerco di lasciare più spazio possibile all’istinto – sperando che possa portare a qualcosa di buono.

2. BAD SNAKE GOOD SNAKE

2.1 L’idea del serpente doppiogiochista è antichissima: come hai reinterpretato questo simbolo in chiave psych-rock?

Mi piaceva l’idea di tentare l’associazione tra un tema così antico e un brano dalle sonorità psico-acide. L’esperimento a mio parere è riuscito e in qualche modo secondo me la reinterpretazione psych rock del tema funziona.

2.2 Il riff ripetitivo dà la sensazione di uno “strisciare”: è nato prima il concept o il riff?

È nato senza dubbio prima il riff – come spesso accade nei miei brani. È stata la striscevolezza del riff ad ispirare l’immagine del serpente, da cui poi si è sviluppato il brano.

2.3 Il poliritmo 3-4-7 nel bridge è piuttosto inusuale: cosa volevi ottenere con quella scelta?

Nella parte centrale del brano avevo in mente di metterci un solo di synth, ma non volevo accompagnarlo con un 4/4 dritto e secco. Volevo destabilizzarlo in qualche misura, ma volevo che la batteria viaggiasse indisturbata su un 4/4. Quindi ho deciso che l’elemento di destabilizzazione dovesse provenire dalla ritmica della chitarra (in 3) e il groove di basso (in 7). Se si fanno due conti, si scopre che un poliritmo 3-4-7 ha un periodo di 84 quarti (che è appunto il minimo comune multiplo tra 3,4 e 7), il che è abbastanza destabilizzante.

3. DEATH BY SMALL TALK

3.1 Il brano sembra costruito come una conversazione che si perde: come hai tradotto questa idea nella struttura musicale?

L’idea di fondo era proprio quella: scrivere un brano “infervorato”, che sviluppandosi passasse di palo in frasca (in termini di temi e sezioni musicali), quasi a mimare il rapido susseguirsi di argomenti frivoli che caratterizza le small talk. Unico requisito: BPM > 180. Ho quindi costruito diverse sezioni relativamente scorrelate tra loro, per poi cucirle insieme. Ne è uscita fuori Death by Small Talk, che sinceramente è uno dei brani che più mi diverto a suonare e cantare dal vivo.

3.2 La Rickenbacker in apertura crea subito una tensione: perché proprio quel tipo di arpeggio?

In questa mia fase di produzione musicale mi trovo spesso a scrivere in modo tale che non sia troppo evidente se un brano sia in tonalità maggiore o minore. Non che sia una cosa nuova, ma - teoria musicale a parte - l’effetto che l’ambiguità armonica ha sul mio cervello mi piace. Anche se solo a posteriori poi ci ho fatto caso, l’arpeggio crea esattamente quell’ambiguità, passando rapidamente e ripetitivamente da minore, maggiore a sus4.

3.3 Perché, secondo te, le “small talk aggressive” meritavano una canzone?

Penso che la musica, e le possibilità per crearla, siano abbastanza ampie da fare in modo che qualsiasi cosa possa meritare una canzone, dalle storie d’amore alla carta vetrata, dal senso della vita ai peperoni cruschi, dal manzanarre al reno..quindi anche le small talk.

4. BLACK MIRROR

4.1 L’immaginario distopico del brano è molto forte: quale visione ha dato origine a Black Mirror?

Anche in questo caso mi sono lasciato trasportare dal “sapore” della melodia di chitarra, e dai suoni (e tonalità) che avevo scelto per eseguirla. Per qualche motivo il brano mi ha detto subito “apocalisse, estinzione”, ma è solo quello che ci ho sentito io in quel particolare momento.

4.2 Le voci ipersature sembrano parte del racconto: come hai collegato estetica sonora e narrazione?

Esatto, è quello che volevo far emergere. Per il tema trattato, anche un po’ in forma di “lamento”, mi è sembrato adeguato saturare le voci e caricarle di delay per conferire ulteriore ansia alle sonorità del brano.

4.3 Cosa ti interessava esplorare del rapporto tra desiderio umano e collasso?

In primo luogo il tema - ormai datato, trito e ritrito, ma attuale - della possibilità di un’estinzione di massa auto-provocata, causata dall’incremento incontrollato dello sfruttamento di risorse. In secondo luogo le manie di protagonismo che ha l’essere umano quando dice “se continuiamo così sarà la fine del mondo”, quando invece, se anche ci dovessimo estinguere, il mondo se la passerà benissimo senza di noi.

5. J.I.B.B.E.R.I.S.H.

5.1 Il titolo è un acronimo nonsense: come è nata questa scelta giocosa?

Come dicevo, mi piacciono i Beatles, e in particolare John (che è il soggetto dell’acronimo: “Jonh inflates balloons because every remote island starts hallucinating”). L’elemento no sense è un tributo, oltre che a John – che apprezzava il genere – al mondo dell’assurdo e del surreale, che apprezzo tanto anche io.

5.2 Il brano contiene riferimenti sottili ai Beatles: hai un ricordo specifico legato a quelle influenze?

Ho scoperto i Fab Four all’età di 10/11 anni, quando mio padre tornò a casa con un CD arancione con un “1” giallo stampato sopra, una raccolta delle hit dei Beatles, e da allora li ho riscoperti tante volte in tanti modi diversi. In generale sono un hater dichiarato e militante della banalità, non la sopporto, ma quello che ho ricevuto musicalmente dall’ascolto della musica dei Fab mi consente di accettare di dire una cosa così banale come “mi piacciono i Beatles”. Con J.I.B.B.E.R.I.S.H. mi sono semplicemente divertito a comporre un semplice e spensierato scherzo rock che fosse un collage di citazioni ai Beatles. Se anche tu che leggi sei fan, e vuoi “giocare”, ti invito a cimentati: nel brano sono presenti citazioni (più o meno evidenti) su tre livelli: testo, musica e grafica (copertina del singolo). Se le becchi tutte ti offro pizza e birra la prossima volta che passi da Roma.

5.3 Quanto è difficile rendere l’assurdo “musicale” senza perdere coesione?

Sicuramente è molto difficile, ma nel caso di J.I.B.B.E.R.I.S.H. l’assurdo si sviluppa nella tematica e non tanto nella musica. Mi avete dato un’idea però..proverò a scrivere un brano in cui l’elemento “assurdo” esiste esclusivamente nella musica (vediamo come..) mentre il tema si svilupperà in modo standard e lineare. Magari lo infilo nel secondo album.

6. DANCE PLAGUE DELIRIUM

6.1 Perché hai voluto raccontare la piaga del ballo del 1518 in forma psych-rock?

Non riesco a pensare ad una forma migliore, diversa dal rock psichedelico, per raccontare un evento di isteria di massa in cui centinaia di persone, in un villaggio di epoca medioevale, cominciarono a ballare in modo incontrollato per giorni e notti, senza musica, probabilmente a causa di qualche forma di allucinazione dovuta ad intossicazione alimentare, fino a lasciarci la vita..

6.2 Il brano cresce come una febbre collettiva: come hai costruito quella progressione?

Il brano si sviluppa in modo abbastanza lineare, più lineare di altri brani dell’album, e la progressione “musicale” vuole rispecchiare il progressivo impazzimento collettivo dei ballerini sventurati.

6.3 Che cosa ti affascina dei fenomeni storici legati all’isteria di massa?

Non ho nessuna competenza in materia, ma è affascinante notare quanto la suscettibilità, il trasporto comportamentale - di riflesso alle azioni altrui – la suggestione, e il condizionamento in generale, siano elementi chiave, probabilmente necessari, nello scatenarsi di un evento di isteria di massa, come se un gruppo di persone costituisse un macro-organismo che esce fuori di testa.

7. STONED MONKEY HERITAGE

7.1 Da dov’è nata l’idea del primate che scopre i cibi allucinogeni?

L’idea è legata alla teoria (totalmente speculativa e priva di evidenze - just for fun) che l’intelligenza e le prestazioni cerebrali dell’homo sapiens possano in qualche modo avere una relazione con le sperimentazioni - in termini di sostanze droganti e quindi aventi effetti sulla mente e sulla percezione del mondo - dei nostri antenati ominidi.

7.2 Il brano sembra a metà tra ironia ed evoluzione: qual era il tuo intento narrativo?

Definirei la tematica come fanta-evoluzionistica..in effetti, chi può dire che non sia andata proprio così: un nostro antenato, milioni di anni fa, abbia raccolto e mangiato un fungo nato su una m*rda di vacca, e in preda alle allucinazioni abbia pensato, guardando il seme del frutto che aveva appena finito di mangiare per coprire l’amaro del fungo, “quasi quasi nascondo sto coso sotto terra, vediamo che succede” – e boom: è nata l’agricoltura.. boom: disponibilità e riproducibilità di beni.. boom: baratto..boom: strutture sociali..boom: homo sapiens (ripeto – just for fun, non sono un biologo evoluzionista, ma l’idea è divertente).

7.3 I timbri brillanti e acidi danno un tono “fumoso”: come li hai scelti?

Ricercare dei toni “acidi” mi sembrava la cosa giusta da fare per un brano che parla di scimmie allucinate. La semplice scelta di una telecaster con pickup selezionato al ponte, passata attraverso un overdrive e inviata al mio ampli valvolare è stata la base di partenza perfetta.

8. SPAGHETTIFICATION APOCALYPSE

8.1 Perché la spaghettificazione — un fenomeno così specifico — ti è sembrata materiale perfetto per un brano?

Spesso mi metto a vagare con la mente alla ricerca di una tematica assurda per un brano, ma poi mi ricordo che la natura è una fonte sterminata di assurdità. La speghettificazione è una di queste e non poteva non meritarsi una canzone.

8.2 Il pezzo ha un carattere quasi rituale: volevi imitare la sensazione di cadere in un buco nero?

Non era mia intenzione imitare la sensazione di cadere in un buco nero (anche se sarei curiosissimo di sapere cosa si prova, ma credo che sia difficile che qualcuno sarà mai in grado di raccontarlo.. ma non è detto) ma condivido la sensazione che il brano – soprattutto la seconda parte – abbia un carattere rituale.

8.3 Quanto contano per te i temi cosmici come metafora dell’esperienza umana?

Se devo essere sincero, non molto..anche se, a ripensarci mentre sto rispondendo, l’esperienza umana è sicuramente legata al caos indescrivibile, e inafferrabile, che governa i nostri processi neurali, e al modo in cui i nostri processi neurali - e i loro effetti su quello che alla fine chiamiamo “comportamento” - interagiscono con i processi neurali di altri individui. Questo bordello più totale sicuramente mi porta a fare un parallelismo con il caos che regna indisturbato nel cosmo.

9. MANDELBROT! MANDELBROT!

9.1 Questo brano è un viaggio dentro un frattale: cosa ti attira dell’idea di un mondo senza punti di riferimento?

Come – credo – molti, ho scoperto i frattali guardando un’immagine e pensando che fosse molto figa. Poi mi sono chiesto cosa fosse e come fosse stata ottenuta quell’immagine (che era la rappresentazione geometrica di un frattale) e ho scoperto il concetto di frattale. Essendo anche un fan delle cose che non sono ciò che sembrano, che nascondono aspetti sotto la superficie, che hanno una regolarità non scontata, è stato facile appassionarmi.

9.2 Il suono è esplosivo e saturo: come hai lavorato per rendere “sonoro” il concetto di geometria infinita?

Anche se mi sono posto un po’ di volte la domanda “come faccio a scrivere un pezzo di musica frattale?” ancora non ho trovato una risposta esaustiva, e sto rimandando la questione da un po’.. la cosa può sfuggire facilmente di mano quando ci si infogna in nerdate del genere, e io ci sguazzo. Quindi Mandelbrot! Mandelbrot! non è un prezzo - tecnicamente - frattale ma racconta la storia di un vagabondo perso all’interno di un universo frattale. Per dipingere questo scenario mi sembrava adeguato l’utilizzo di chitarroni pieni di fuzz, con un tocco di octaver “sintetizzato”.

9.3 Chi è il vagabondo bidimensionale del titolo?

Il vagabondo – ironia bella forte – è proprio il creatore (o scopritore..non so di che team siete voi) del frattale stesso, tale Benoît Mandelbrot, matematico polacco del secolo scorso.

10. TOXIC EASTER BUNNY

10.1 Da dove nasce Marlon, il coniglio pasquale psicotropo?

Marlon ha un’origine molto semplice: era il periodo di Pasqua, ero a casa e avevo da pochi giorni comprato un nuovo pedale distorsore per chitarra. Si tratta forse del brano dalla genesi più diretta e semplice. Non so voi (chitarristi) ma quando io devo provare un distorsore nuovo la prima cosa che faccio sulla chitarra è dare una mazzata sulle corde prendendo un la maggiore nella posizione più semplice possibile, al secondo tasto (pickup rigorosamente al ponte), manco fossi Angus Young. Il riff è nato smanettando con il nuovo distorsore, ed essendo Pasqua ho voluto introdurre il coniglietto Marlon (però la storia mi sembrava noiosa se non si fosse trattato di un coniglietto pazzo che va in giro ad allucinare i bambini).

10.2 Il brano è uno dei più narrativi del disco: lo hai pensato come una sorta di mini-cortometraggio?

Quando ho scritto il testo di Toxic Easter Bunny in effetti l’ho sviluppato avendo sempre in mente le immagini dipinte dal testo stesso, come se fosse una composizione cinematografica – come fate a saperlo??

10.3 Perché hai deciso di chiudere l’album con un personaggio così grottesco e ironico?

Perché era l’ultimo brano in ordine alfabetico.. no scherzo, mi sono reso conto di questa cosa solo dopo averla detta. In realtà non c’è un motivo particolare, ma a posteriori, aver messo in fondo all’album questo brano credo sia stata una buona scelta, almeno a livello tematico: dopo un brano che parla dell’apocalisse gravitazionale e un altro che segue un vagabondo perso in eterno nella sua prigione frattale…un coniglietto psic opatico per sdrammatizzare ci stava.